Parrocchia San Leone Magno
Parrocchia San Leone Magno 

ANNO PASTORALE 2015-2016

ANNO PASTORALE 2014-2015

CHE SENSO HA AVER TROVATO CRISTO SE POI LO TENIAMO PER NOI?

 

 Abituati alla figura del pastore che riconduce le pecore all'ovile e dopo averle messe  tutte al sicuro chiude il recinto, proviamo a pensarla al contrario, non rimanere chiusi

ma uscire e tutti insieme andare a cercare la pecora rimasta impigliata quella lontana da casa, quella che non sa più dove si trovi.

La fede non è una realtà da salotto nella quale una volta entrati ci si siede su comodi divani; non siamo un elitè di prescelti.

Siamo un gregge che il Pastore ha radunato per poi inviarci fuori,

ovunque a portare la nostra testimonianza. Dai posti di lavoro, al nostro quartiere

ovunque vi sia interazione e viviamo la realtà della comunicazione.

Ed è quello che dobbiamo fare, uscire e portare la testimonianza del Vangelo come un seme con gioia, seminare con la consapevolezza che questo seme, le nostre testimonianze vengno costantemente fatte crescere con Dio.

 

 



LE MOTIVAZIONI

 

Uno stimolo a mettere in pratica il Vangelo…al contrario. In che senso? Siamo abituati alla figura del Pastore che riconduce le pecore all’ovile e, dopo essersi assicurato che siano tutte al sicuro, chiude il cancello. Proviamo a pensare  al contrario: il Pastore che invoglia le pecore ad uscire per andare incontro alle altre, a quella che si è arrampicata sulla roccia e non sa più scendere o verso l’altra sul ciglio del burrone in precario equilibrio. Ancora, verso quelle impigliate nei rovi o prive di forze su un pascolo ingiallito.

Dopo la giornata mondiale della gioventù di Rio ho pensato alle parole del Papa. L’invito ad uscire, a fare chiasso, ad andare verso le periferie umane e geografiche. Un invito fatto ai giovani ma non esclusivamente a loro. Un richiamo a tutta la comunità cristiana. Che senso ha aver trovato Cristo se poi lo teniamo per noi?

Abbiamo appena celebrato l’anno della fede. Chiediamoci a cosa ci è servito. Ad essere più devoti o a capire che il Signore ci ha scelto per mandarci a portare l’annuncio del Vangelo ad ogni creatura? L’esperienza della fede va comunicata, condivisa, confrontata. Sennò diventa una realtà da salotto, da elitè. E noi non siamo un club ma il gregge che il Pastore ha radunato per poi inviarlo. Ma ci sono i lupi…  Io vi mando come pecore in mezzo ai lupi.[1]

Papa Francesco ci dice di non aver paura, di osare, di oltrepassare i confini e abbattere i muri che abbiamo eretto quasi a protezione. Conoscere le situazioni, il territorio, le problematiche. Vivere la strada, entrare nelle famiglie, radunare i giovani, stare con i poveri, gli anziani, i malati…questo è il Vangelo. Questo è il desiderio del cuore di Cristo.

 

La vera rivoluzione, quella che trasforma radicalmente la vita, l’ha compiuta Gesù Cristo attraverso la sua Risurrezione: la Croce e la Risurrezione. E Benedetto XVI diceva, di questa rivoluzione, che “è la più grande mutazione della storia dell’umanità”. Ma pensiamo a questo: è la più grande mutazione della storia dell’umanità, è una vera rivoluzione e noi siamo rivoluzionarie e rivoluzionari di questa rivoluzione, perché noi andiamo per questa strada della più grande mutazione della storia dell’umanità. Un cristiano, se non è rivoluzionario, in questo tempo, non è cristiano! Deve essere rivoluzionario per la grazia! Proprio la grazia che il Padre ci dà attraverso Gesù Cristo crocifisso, morto e risorto fa di noi rivoluzionari, perché – e cito nuovamente Benedetto – “è la più grande mutazione della storia dell’umanità”. Perché cambia il cuore. Il profeta Ezechiele lo diceva: “Toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne”. E questa è l’esperienza che vive l’Apostolo Paolo: dopo avere incontrato Gesù sulla via di Damasco, cambia radicalmente la sua prospettiva di vita e riceve il Battesimo. Dio trasforma il suo cuore! Ma pensate: un persecutore, uno che inseguiva la Chiesa e i cristiani, diventa un santo, un cristiano fino alle ossa, proprio un cristiano vero! Prima è un violento persecutore, ora diventa un apostolo, un testimone coraggioso di Gesù Cristo, al punto di non aver paura di subire il martirio. Quel Saulo che voleva uccidere chi annunziava il Vangelo, alla fine dona la sua vita per annunciare il Vangelo. È questo il mutamento, il più grande mutamento del quale ci parlava Papa Benedetto. Ti cambia il cuore, da peccatore – da peccatore: tutti siamo peccatori – ti trasforma in santo. Qualcuno di noi non è peccatore? Se ci fosse qualcuno, alzi la mano! Tutti siamo peccatori, tutti! Tutti siamo peccatori! Ma la grazia di Gesù Cristo ci salva dal peccato: ci salva! Tutti, se noi accogliamo la grazia di Gesù Cristo, Lui cambia il nostro cuore e da peccatori ci fa santi. Per diventare santi non è necessario girare gli occhi e guardare là, o avere un po’ una faccia da immaginetta! No, no, non è necessario questo! Una sola cosa è necessaria per diventare santi: accogliere la grazia che il Padre ci da in Gesù Cristo. Ecco, questa grazia cambia il nostro cuore. Noi continuiamo ad essere peccatori, perché tutti siamo deboli, ma anche con questa grazia che ci fa sentire che il Signore è buono, che il Signore è misericordioso, che il Signore ci aspetta, che il Signore ci perdona, questa grazia grande, che cambia il nostro cuore.

 

E, diceva il profeta Ezechiele, che da un cuore di pietra lo cambia in un cuore di carne. Cosa vuol dire, questo? Un cuore che ama, un cuore che soffre, un cuore che gioisce con gli altri, un cuore colmo di tenerezza per chi, portando impresse le ferite della vita, si sente alla periferia della società. L’amore è la più grande forza di trasformazione della realtà, perché abbatte i muri dell’egoismo e colma i fossati che ci tengono lontani gli uni dagli altri. E questo è l’amore che viene da un cuore mutato, da un cuore di pietra che è trasformato in un cuore di carne, un cuore umano. E questo lo fa la grazia, la grazia di Gesù Cristo che noi tutti abbiamo ricevuto. Qualcuno di voi sa quanto costa la grazia? Dove si vende la grazia? Dove posso comprare la grazia? Nessuno sa dirlo: no. Vado a comprarla dalla segretaria parrocchiale, forse lei la vende, la grazia? Qualche prete la vende, la grazia? Ascoltate bene questo: la grazia non si compra e non si vende; è un regalo di Dio in Gesù Cristo. Gesù Cristo ci dà la grazia. È l’unico che ci dà la grazia. È un regalo: ce lo offre, a noi. Prendiamola. È bello questo. L’amore di Gesù è così: ci dà la grazia gratuitamente, gratuitamente. E noi dobbiamo darla ai fratelli, alle sorelle, gratuitamente. È un pò triste quando uno incontra alcuni che vendono la grazia: nella storia della Chiesa alcune volte è accaduto questo, e ha fatto tanto male, tanto male. Ma la grazia non si può vendere: la ricevi gratuitamente e la dai gratuitamente. E questa è la grazia di Gesù Cristo.

 

La speranza è come la grazia: non si può comprare, è un dono di Dio. E noi dobbiamo offrire la speranza cristiana con la nostra testimonianza, con la nostra libertà, con la nostra gioia. Il regalo che ci fa Dio della grazia, porta la speranza. Noi, che abbiamo la gioia di accorgerci che non siamo orfani, che abbiamo un Padre, possiamo essere indifferenti verso questa città che ci chiede, forse anche inconsapevolmente, senza saperlo, una speranza che l’aiuti a guardare il futuro con maggiore fiducia e serenità? Noi non possiamo essere indifferenti. Ma come possiamo fare questo? Come possiamo andare avanti e offrire la speranza? Andare per la strada dicendo: “Io ho la speranza”? No! Con la vostra testimonianza, con il vostro sorriso, dire: “Io credo che ho un Padre”. L’annunzio del Vangelo è questo: con la mia parola, con la mia testimonianza dire: “Io ho un Padre. Non siamo orfani. Abbiamo un Padre”, e condividere questa filiazione con il Padre e con tutti gli altri. “Padre, adesso capisco: si tratta di convincere gli altri, di fare proseliti!”. No: niente di questo. Il Vangelo è come il seme: tu lo semini, lo semini con la tua parola e con la tua testimonianza. E poi, non fai la statistica di come è andato questo: la fa Dio. Lui fa crescere questo seme; ma dobbiamo seminare con quella certezza che l’acqua la dà Lui, la crescita la dà Lui. E noi non facciamo la raccolta: la farà un altro prete, un altro laico, un’altra laica, un altro la farà. Ma la gioia di seminare con la testimonianza, perché con la parola solo non basta, non basta. La parola senza la testimonianza è aria. Le parole non bastano. La vera testimonianza che dice Paolo.

L’annunzio del Vangelo è destinato innanzitutto ai poveri, a quanti mancano spesso del necessario per condurre una vita dignitosa. A loro è annunciato per primi il lieto messaggio che Dio li ama con predilezione e viene a visitarli attraverso le opere di carità che i discepoli di Cristo compiono in suo nome. Prima di tutto, andare ai poveri: questo è il primo. Nel momento del Giudizio finale, possiamo leggere in Matteo 25, tutti saremo giudicati su questo. Ma alcuni, poi, pensano che il messaggio di Gesù sia destinato a coloro che non hanno una preparazione culturale. No! No! L’Apostolo afferma con forza che il Vangelo è per tutti, anche per i dotti. La sapienza, che deriva dalla Risurrezione, non si oppone a quella umana ma, al contrario, la purifica e la eleva. La Chiesa è sempre stata presente nei luoghi dove si elabora la cultura. Ma il primo passo è sempre la priorità ai poveri. Ma anche dobbiamo andare alle frontiere dell’intelletto, della cultura, nell’altezza del dialogo, del dialogo che fa la pace, del dialogo intellettuale, del dialogo ragionevole. È per tutti, il Vangelo! Questo di andare verso i poveri non significa che noi dobbiamo diventare pauperisti, o una sorta di “barboni spirituali”! No, no, non significa questo! Significa che dobbiamo andare verso la carne di Gesù che soffre, ma anche soffre la carne di Gesù di quelli che non lo conoscono con il loro studio, con la loro intelligenza, con la loro cultura. Dobbiamo andare là! Perciò, a me piace usare l’espressione “andare verso le periferie”, le periferie esistenziali. Tutti, tutti quelli, dalla povertà fisica e reale alla povertà intellettuale, che è reale, pure. Tutte le periferie, tutti gli incroci dei cammini: andare là. E là, seminare il seme del Vangelo, con la parola e con la testimonianza.

E questo significa che noi dobbiamo avere coraggio. Paolo VI diceva che lui non capiva i cristiani scoraggiati: non li capiva. Questi cristiani tristi, ansiosi, questi cristiani dei quali uno pensa se credono in Cristo o nella “dea lamentela”: non si sa mai. Tutti i giorni si lamentano, si lamentano; e come va il mondo, guarda, che calamità, le calamità. Ma, pensate: il mondo non è peggiore di cinque secoli fa! Il mondo è il mondo; è sempre stato il mondo. E quando uno si lamenta: e va così, non si può fare niente, ah la gioventù… Vi faccio una domanda: voi conoscete cristiani così? Ce ne sono, ce ne sono! Ma, il cristiano deve essere coraggioso e davanti al problema, davanti ad una crisi sociale, religiosa deve avere il coraggio di andare avanti, andare avanti con coraggio. E quando non si può far niente, con pazienza: sopportando. Sopportare. Coraggio e pazienza, queste due virtù di Paolo. Coraggio: andare avanti, fare le cose, dare testimonianza forte; avanti! Sopportare: portare sulle spalle le cose che non si possono cambiare ancora. Ma andare avanti con questa pazienza, con questa pazienza che ci dà la grazia. Ma, cosa dobbiamo fare con il coraggio e con la pazienza? Uscire da noi stessi: uscire da noi stessi. Uscire dalle nostre comunità, per andare lì dove gli uomini e le donne vivono, lavorano e soffrono e annunciare loro la misericordia del Padre che si è fatta conoscere agli uomini in Gesù Cristo di Nazareth. Annunciare questa grazia che ci è stata regalata da Gesù. Se ai sacerdoti, Giovedì Santo, ho chiesto di essere pastori con l’odore delle pecore, a voi, cari fratelli e sorelle, dico: siate ovunque portatori della Parola di vita nei nostri quartieri, nei luoghi di lavoro e dovunque le persone si ritrovino e sviluppino relazioni. Voi dovete andare fuori. Io non capisco le comunità cristiane che sono chiuse, in parrocchia. Voglio dirvi una cosa.

Nel Vangelo è bello quel brano che ci parla del pastore che, quando torna all’ovile, si accorge che manca una pecora, lascia le 99 e va a cercarla, a cercarne una. Ma, fratelli e sorelle, noi ne abbiamo una; ci mancano le 99! Dobbiamo uscire, dobbiamo andare da loro! In questa cultura - diciamoci la verità - ne abbiamo soltanto una, siamo minoranza! E noi sentiamo il fervore, lo zelo apostolico di andare e uscire e trovare le altre 99? Questa è una responsabilità grande, e dobbiamo chiedere al Signore la grazia della generosità e il coraggio e la pazienza per  uscire, per uscire ad annunziare il Vangelo. Ah, questo è difficile. È più facile restare a casa, con quell’unica pecorella! È più facile con quella pecorella, pettinarla, accarezzarla… ma noi preti, anche voi cristiani, tutti: il Signore ci vuole pastori, non pettinatori di pecorelle; pastori! E quando una comunità è chiusa, sempre tra le stesse persone che parlano, questa comunità non è una comunità che dà vita. E’ una comunità sterile, non è feconda. La fecondità del Vangelo viene per la grazia di Gesù Cristo, ma attraverso noi, la nostra predicazione, il nostro coraggio, la nostra pazienza.

Viene un pò lunga la cosa, vero? Ma non è facile! Dobbiamo dirci la verità: il lavoro di evangelizzare, di portare avanti la grazia gratuitamente non è facile, perché non siamo noi soli con Gesù Cristo; c’è anche un avversario, un nemico che vuole tenere gli uomini separati da Dio. E per questo instilla nei cuori la delusione, quando noi non vediamo ricompensato subito il nostro impegno apostolico. Il diavolo ogni giorno getta nei nostri cuori semi di pessimismo e di amarezza, e uno si scoraggia, noi ci scoraggiamo. “Non va! Abbiamo fatto questo, non va; abbiamo fatto quell’altro e non va! E guarda quella religione come attira tanta gente e noi no!”. È  il diavolo che mette questo. Dobbiamo prepararci alla lotta spirituale. Questo è importante. Non si può predicare il Vangelo senza questa lotta spirituale: una lotta di tutti i giorni contro la tristezza, contro l’amarezza, contro il pessimismo; una lotta di tutti i giorni! Seminare non è facile. È più bello raccogliere, ma seminare non è facile, e questa è la lotta di tutti i giorni dei cristiani.

Paolo diceva che lui aveva l’urgenza di predicare e lui aveva l’esperienza di questa lotta spirituale, quando diceva: “Ho nella mia carne una spina di satana e tutti i giorni la sento”. Anche noi abbiamo spine di satana che ci fanno soffrire e ci fanno andare con difficoltà e tante volte ci scoraggiano. Prepararci alla lotta spirituale: l’evangelizzazione chiede da noi un vero coraggio anche per questa lotta interiore, nel nostro cuore, per dire con la preghiera, con la mortificazione, con la voglia di seguire Gesù, con i Sacramenti che sono un incontro con Gesù, dire a Gesù: grazie, grazie per la tua grazia. Voglio portarla agli altri. Ma questo è lavoro: questo è lavoro. Questo si chiama – non vi spaventate – si chiama martirio. Il martirio è questo: fare la lotta, tutti i giorni, per testimoniare. Questo è martirio. E ad alcuni il Signore chiede il martirio della vita, ma c’è il martirio di tutti i giorni, di tutte le ore: la testimonianza contro lo spirito del male che non vuole che noi siamo evangelizzatori.

E adesso, vorrei finire pensando una cosa. In questo tempo, in cui la gratuità sembra affievolirsi nelle relazioni interpersonali perché tutto si vende e tutto si compra, e la gratuità è difficile trovarla, noi cristiani annunciamo un Dio che per essere nostro amico non chiede nulla se non di essere accolto. L’unica cosa che chiede Gesù: essere accolto. Pensiamo a quanti vivono nella disperazione perché non hanno mai incontrato qualcuno che abbia loro mostrato attenzione, li abbia consolati, li abbia fatti sentire preziosi e importanti. Noi, discepoli del Crocifisso, possiamo rifiutarci di andare in quei luoghi dove nessuno vuole andare per la paura di comprometterci e del giudizio altrui, e così negare a questi nostri fratelli l’annuncio della Parola di Dio? La gratuità! Noi abbiamo ricevuto questa gratuità, questa grazia, gratuitamente; dobbiamo darla, gratuitamente. E questo è quello che, alla fine, voglio dirvi. Non avere paura, non avere paura. Non avere paura dell’amore, dell’amore di Dio, nostro Padre. Non avere paura. Non avere paura di ricevere la grazia di Gesù Cristo, non avere paura della nostra libertà che viene data dalla grazia di Gesù Cristo o, come diceva Paolo: “Non siete più sotto la Legge, ma sotto la grazia”. Non avere paura della grazia, non avere paura di uscire da noi stessi, non avere paura di uscire dalle nostre comunità cristiane per andare a trovare le 99 che non sono a casa. E andare a dialogare con loro, e dire loro che cosa pensiamo, andare a mostrare il nostro amore che è l’amore di Dio.

Cari, cari fratelli e sorelle: non abbiamo paura! Andiamo avanti per dire ai nostri fratelli e alle nostre sorelle che noi siamo sotto la grazia, che Gesù ci dà la grazia e questo non costa niente: soltanto, riceverla. Avanti! [2]

Davanti a queste parole possiamo restare indifferenti?

Pensiamo alla nostra realtà parrocchiale. Siamo una comunità in cammino, ci stiamo conoscendo e apprezzando. C’è il desiderio di stare insieme. Abbiamo scelto il nuovo consiglio pastorale. I giovani stanno crescendo in seno alla comunità e guardano agli adulti con ammirazione. Anche gli adulti sperano nei giovani e nelle loro potenzialità.

Il nostro quartiere è a misura d’uomo. Ci conosciamo quasi tutti. Molte famiglie sono presenti da sempre e i legami parentali sono forti. Non è, però, un quartiere con grandi servizi.

Lo stile di vita è buono, e non esistono grosse sacche di povertà, almeno in apparenza.

L’età media si sta innalzando per la presenza di molti anziani che, nella maggior parte dei casi, vive nelle famiglie o godono dell’assistenza di badanti.

La frequenza alla vita sacramentale è nella media nazionale dell’8%.

Nel quartiere è presente l’asilo e la scuola elementare.

L’Oasi e il Centro Mercede sono le realtà di accoglienza mercedaria, quasi appoggiate in via Accursio, verso le quali ci stiamo aprendo molto lentamente.

Abbiamo una bella chiesa, intesa come edificio di culto; degli spazi accoglienti sia in esterno che in interno. Possiamo dire realmente che non ci manca nulla.

A questo punto dobbiamo fare il passo importante, quello qualificante. Avere il coraggio di uscire e inventarci come cristiani della quotidianità, della strada, del quartiere. La parrocchia non è una realtà avulsa ma il cuore pulsante, il luogo di ritrovo per confrontarci e ricaricarci umanamente e spiritualmente. Non è solo il colle di San Leone ma tutto il territorio. Una realtà senza confini presente in ogni situazione. Io sono cristiano sempre, dal lunedì alla domenica. La settimana, la ferialità, è la mia palestra dell’essere cristiano. La domenica esprime il desiderio e la voglia d’incontro con il Maestro che raccoglie la comunità intorno all’altare della Parola e del Pane spezzato.

Dobbiamo avere la capacità di rompere gli schemi, non per infrangere le regole ma per trovare il senso della regola. Ed ecco, un dottore della Legge si alzò per metterlo alla prova e chiese: «Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?». Gesù gli disse: «Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?». [3]

La Parola di Dio non può essere qualcosa di statico, sempre uguale. In base alla nostra esperienza e maturità ci deve aiutare a comprendere meglio la nostra vita e la missione che Cristo ci affida giorno per giorno.

È importante chiederci se la Parola provoca in noi dei cambiamenti. Se siamo osservanti esecutori delle regole o critici osservatori e coerenti alle stesse. Una comunità cristiana deve essere sempre in tensione, attenta ai segni dei tempi. Non può stare in silenzio. L’invito di Papa Francesco non è rivolto solo ai giovani.

(…) Desidero dirvi ciò che spero come conseguenza della Giornata della Gioventù: spero che ci sia chiasso. Qui ci sarà chiasso, ci sarà. Qui a Rio ci sarà chiasso, ci sarà. Però io voglio che ci sia chiasso nelle diocesi, voglio che si esca fuori, voglio che la Chiesa esca per le strade, voglio che ci difendiamo da tutto ciò che è mondanità, immobilismo, da ciò che è comodità, da ciò che è clericalismo, da tutto quello che è l’essere chiusi in noi stessi. Le parrocchie, le scuole, le istituzioni sono fatte per uscire fuori…, se non lo fanno diventano una ONG e la Chiesa non può essere una ONG. Che mi perdonino i vescovi ed i sacerdoti, se alcuni dopo vi creeranno confusione. È  il consiglio. Grazie per ciò che potrete fare.

Guardate, io penso che, in questo momento, questa civiltà mondiale sia andata oltre i limiti, sia andata oltre i limiti perché ha creato un tale culto del dio denaro, che siamo in presenza di una filosofia e di una prassi di esclusione dei due poli della vita che sono le promesse dei popoli. Esclusione degli anziani, ovviamente. Uno potrebbe pensare che ci sia una specie di eutanasia nascosta, cioè non ci si prende cura degli anziani; ma c’è anche un’eutanasia culturale, perché non li si lascia parlare, non li si lascia agire. E l’esclusione dei giovani. La percentuale che abbiamo di giovani senza lavoro, senza impiego, è molto alta e abbiamo una generazione che non ha esperienza della dignità guadagnata con il lavoro. Questa civiltà, cioè, ci ha portato a escludere i due vertici che sono il nostro futuro. Allora i giovani: devono emergere, devono farsi valere; i giovani devono uscire per lottare per i valori, lottare per questi valori; e gli anziani devono aprire la bocca, gli anziani devono aprire la bocca e insegnarci! Trasmetteteci la saggezza dei popoli!

(…) io chiedo, di vero cuore, agli anziani: non venite meno nell’essere la riserva culturale del nostro popolo, riserva che trasmette la giustizia, che trasmette la storia, che trasmette i valori, che trasmette la memoria del popolo. E voi (giovani), per favore, non mettetevi contro gli anziani: lasciateli parlare, ascoltateli e andate avanti. Ma sappiate, sappiate che in questo momento voi, giovani, e gli anziani, siete condannati allo stesso destino: esclusione. Non vi lasciate escludere. È  chiaro! Per questo credo che dobbiate lavorare. La fede in Gesù Cristo non è uno scherzo, è una cosa molto seria. È uno scandalo che Dio sia venuto a farsi uno di noi. È uno scandalo che sia morto su una croce. È uno scandalo: lo scandalo della Croce. La Croce continua a far scandalo. Ma è l’unico cammino sicuro: quello della Croce, quello di Gesù, quello dell’Incarnazione di Gesù. Per favore, non “frullate” la fede in Gesù Cristo. C’è il frullato di arancia, c’è il frullato di mela, c’è il frullato di banana, ma per favore non bevete “frullato” di fede.

La fede è intera, non si frulla. È la fede in Gesù. È la fede nel Figlio di Dio fatto uomo, che mi ha amato ed è morto per me. Allora: fate chiasso; abbiate cura degli estremi della popolazione, che sono gli anziani e i giovani; non lasciatevi escludere e che non si escludano gli anziani. Secondo: non “frullate” la fede in Gesù Cristo. Le Beatitudini. Che cosa dobbiamo fare, Padre? Guarda, leggi le Beatitudini che ti faranno bene. Se vuoi sapere che cosa devi fare concretamente leggi Matteo capitolo 25, che è il protocollo con il quale verremo giudicati. Con queste due cose avete il Piano d’azione: le Beatitudini e Matteo 25. Non avete bisogno di leggere altro. Ve lo chiedo con tutto il cuore. Va bene; vi ringrazio per questa vicinanza. Mi dispiace che siate ingabbiati, però vi dico una cosa. Io, ogni tanto, lo sperimento: che brutta cosa è essere ingabbiati. Ve lo confesso di cuore…  [4]

 

Prima ancora di uscire per le strade dobbiamo uscire dal nostro modo di pensare, dai nostri piccoli confini personali. Prendere posto da protagonisti all’interno della comunità. In parrocchia non ci sono posti di comando ma di servizio. Non è previsto il carrierismo. Non bisogna pensare: ma si è sempre fatto così; quella cosa l’ho sempre fatta io…Ora che l’ha fatta lui non è andata bene come quando la facevo io…Lui non la sa fare. Questo succede anche tra di noi. Questi atteggiamenti sono soffocanti e ci isolano con la triste conseguenza che nessuno si avvicina. Non possiamo permetterci di essere sempre gli stessi; vorrebbe dire che non siamo testimoni ma padroni abusivi di una realtà destinata a tutti. Dobbiamo avere il coraggio di servire gratuitamente e la capacità di affiancare i nuovi. Se sappiamo fare qualcosa non dobbiamo tenerla per noi magari col desiderio di essere cercati perché indispensabili; dobbiamo insegnare agli altri. Ricordiamoci che tutti siamo utili e nessuno indispensabile.

In quest’ottica dobbiamo costruire una comunità cristiana che non sia clericalizzata. Se le nostre realtà parrocchiali non sono coinvolgenti è perché rispecchiano troppo una mentalità clericale. Quasi che il prete sia il centro assoluto e tutto si deve svolgere in funzione di lui e dei propri desideri. Una comunità è tale se il prete sta in mezzo e serve i fratelli e le sorelle in spirito di fede. La Verità appartiene solo a Dio. La Verità è Cristo stesso. Noi tendiamo alla verità ma non la possediamo. Se riusciamo a spogliarci dei preconcetti, del “si è sempre fatto così”, allora riusciremo a costruire qualcosa di valido. La Chiesa è il popolo dei battezzati. E in questo popolo i preti sono la minoranza. Per questo ognuno è invitato a servire, a compiere dei gesti, ad avere dei ruoli. Noi rischiamo di affidare tanti incarichi a pochi e magari ci lamentiamo che sono sempre i soliti a fare tutto. La comunità parrocchiale vive il suo presente e costruisce il proprio futuro quando si sa dividere gli incarichi, mettendo ai primi posti la carità, la liturgia e la catechesi. La bellezza della comunità si esprime nell’accoglienza dei diversi doni che ognuno ha e mette a disposizione di tutti.

 

 

 Buon anno pastorale

P. Antonio Pinna, parroco

 

 

 

 



[1] cfr Mt10,16

[2] Cfr. Discorso di Papa Francesco ai partecipanti al convegno ecclesiale della diocesi di Roma, Aula Paolo VI
Lunedì, 17 giugno 2013

 

[3] Cfr. Lc 10,25-26

[4] Cfr. Incontro con i giovani argentini nella cattedrale di san Sebastián
Parole del Santo Padre Francesco, 25 luglio 2013

 

Info

Parrocchia  

San Leone Magno

 

Via Beata Angela da Foligno, 7

50124 Firenze (FI)

Tel :055 2320056

Email

parrocosanleo@gmail.com

 

 

Take – AgenSIR

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